La felicità e il senso nella prospettiva manageriale: tra etica ed estetica

Riprendiamo le nostre riflessioni sulla felicità in azienda, richiamando per l’occasione la pubblicazione del Rapporto mondiale sulla felicità 2016, presentato il 16 febbraio scorso. 

La prospettiva assunta dalla ricerca è sicuramente più vasta della specifica analisi che abbiamo realizzato in occasione del nostro evento, ma ci suggerisce un comune punto di partenza: il crescente interesse a livello globale ad utilizzare la felicità ed il benessere soggettivo come indicatori primari della qualità dello sviluppo umano.

Possiamo allora davvero parlare di felicità in ambito organizzativo e ancor di più in quello manageriale, focalizzando l’attenzione su una breve, ma molto densa parola, il senso, e facendoci condurre dalle riflessioni che Mauro Minenna, Direttore generale di ACI Informatica, ha voluto condividere con noi in occasione del nostro evento.

Richiamando alla mente Gondrano, il cavallo stakanovista de “La fattoria degli animali di Orwell”, che diceva sempre “lavorerò di più”, Mauro Minennaintroduce il tema evidenziando quanto questo personaggio sia un esempio chiarissimo di chi ha perso il senso di quello che sta facendo. Non si pone domande, fa.

Del resto basta riflettere per accorgersi che anche noi spesso ci poniamo solo alcune delle domande chiave: cosa devo fare? Quando? E magari, quando cresciamo professionalmente, ci domandiamo con chi. Eppure ne manca una, la più importante: perché?

Chiedersi il perché ha una conseguenza etica, crea valore, ed estetica: è bello. Dovremmo allora porla certo a noi stessi ma anche a chi lavora con noi.

Tuttavia non possiamo esimerci dal riconoscere che la difficoltà di chiedersi il perché deriva anche dal fatto che a volte questo senso che ricerchiamo facciamo fatica a trovarlo. Accade ad esempio quando la stessa organizzazione mette “in magazzino” i frutti della nostra attività, le nostre idee.

Per riscoprire il senso oppure per trovarlo possiamo però individuare due direttrici, due indici.

La prima è la dimensione locale del senso, il qui ed ora nel quale la nostra attività si svolge. In essa è possibile operare nella “mindfulness” e sperimentare la possibilità di operare “bene” nello svolgimento del proprio lavoro indipendentemente da quanto esso venga inserito nel contesto sociale in cui si compie.

La seconda direttrice è quella relazionale che trasforma l’io in azione in un noi che diventa sociale.

In essa si opera “per il bene” del contesto sociale, l’organizzazione, ponendoci nella consapevolezza di riconoscere quanto sia strategico per il successo l’orientamento al bene sociale.

In questo senso, la stessa ricerca del senso, nella sua valenza etica ed estetica, diviene tema di processo e di organizzazione

Concludiamo questo articolo riprendendo la stessa conclusione che Mauro Minenna ci ha regalato: una citazione di Kurt Vonnegut, con un pizzico di ironia:

“Non c'è ragione per cui il bene non possa trionfare tanto quanto il male. Il trionfo di qualsiasi cosa dipende dall'organizzazione. Se esistono gli angeli, spero che siano organizzati sulla falsariga della mafia”. 

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